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Apocalisse - Emil Cioran

giovedì 23 aprile 2009

da "Al culmine della disperazione"

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Vorrei tanto che un bel giorno tutti coloro che hanno un'occupazione o una missione da svolgere, uomini e donne, sposati o no, giovani e vecchi, seri o superficiali, tristi o allegri, abbandonassero le loro abitazioni e le loro incombenze, rinunciando a ogni dovere e obbligo, per uscire in strada e non fare più nulla. Tutta questa gente abbrutita, che sgobba senza sapere perché, o si illude di contribuire al bene dell'umanità, che fatica per le generazioni future sotto l'impulso della più sinistra delle illusioni, si vendicherebbe allora di tutta la mediocrità di una vita vana esterile, di tutto questo spreco di energia privo dell'eccellenza delle grandi trasfigurazioni. Come amerei questi momenti in cui più nessuno si lascerebbe allettare da un'illusione o da un ideale, né tentare da alcuna delle soddisfazioni che offre la vita, in cui ogni rassegnazione sarebbe illusoria e in cui tutte le cornici della vita normale salterebbero definitivamente. Tutti coloro che soffrono in silenzio senza avere il coraggio di esprimere la loro amarezza neppure col più debole dei sospiri urlerebbero allora in un coro di sinistra disarmonia, le cui grida sconvolgenti farebbero tremare la terra intera. Possano le acque scorrere più impetuose e le montagne scuotersi minacciose, gli alberi mostrare le loro radici a perenne e orrido ammonimento, gli uccelli gracchiare come corvi, e gli animali fuggire spaventati fino a cadere sfiniti. Tutti gli ideali siano dichiarati nulli, le credenze bazzecole; l'arte una menzogna, e la filosofia uno scherzo. Tutto sia un'elevazione o un crollo. Zolle di terra volino in aria per poi disperdersi portate dal vento; le piante descrivano sullo sfondo del cielo arabeschi bizzarri, contorsioni grottesche, figure deformi e spaventevoli. Turbini di fiamme si elevino in uno slancio selvaggio, e un baccano atroce invada il mondo, affinché anche la più piccola creatura sappia che la fine è prossima. Possa tutto ciò che è forma diventare informe, e il caos inghiotta in una vertigine universale, tutto ciò che in questo mondo ha struttura e consistenza. Tutto sia una convulsione demente, un fracasso enorme, terrore ed esplosione, di cui resterà soltanto un silenzio eterno e un oblio definitivo. Possano gli uomini, in questi momenti della fine, vivere a una tale temperatura che tutto ciò che l'umanità ha mai provato in fatto di rimpianti, aspirazioni, amore, odio e disperazione esploda in loro in una deflagrazione definitiva. In un simile momento, in cui quasi tutti gli uomini abbandonerebbero le proprie occupazioni, in cui più nessuno troverebbe un senso nella mediocrità del dovere, in cui l'esistenza sarebbe schiantata dalle sue contraddizioni interne, che cosa resterebbe, se non il trionfo del nulla e l'apoteosi finale del non essere?


Ansia da Centro Commerciale (un mio componimento poetico)

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Ancor prigioniero della forma
strisciando a mani e piedi nudi
sulla superfice scabra d'un marciapiede
giungo, trangugiando bocconi amari
di tramezzini e noisettes raffermi, nel sottobosco asfittico
di un centro commerciale

La nausea avvampa
dai meandri della mia coscienza
rendendomi iperirritabile e pronto a tutto
anche ad uccidere se fosse necessario,
cerco così d'acquietare la bestia anarchica che è in me affogandola in fiumi
d'assenzio
assentando il mio essere

Così all'improvviso preso come da un marasma
non odo più l'olezzo canceroso della plastica
e dei panzerotti fritti e rifritti a ribollire untuosi nelle scodelle d'alluminio,
le mie orecchie non ascoltano più
il tintinnio della cassa
e le stridenti risa delle cavallette fameliche
che scelgono la preda più conveniente

Immerso nel pallido ma sereno mondo della mia mente
fra un firmamento di punti neri
e paesaggi virtuali infinitamente candidi
riesco solo a percepire colle antenne dell'anima
il rumore
d'un'anfora antica
posata su di un tavolo
e le frequenze del pensiero
che trapassando le finestre dell'infinito
naufragano nelle bianche stanze d'una città metafisica


Atlantide (un mio parolibero)

domenica 19 aprile 2009

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Venti da ponente soffian freddi all'orizzonte squarciato da nubi profondo rosso, mentre di sera tace gemente nell'uniformità dello spazio amorfe, intemperato, uno stuolo di volpi assassine, spinte dal ludibrio d'odi barbare, assuefatte da droga pakistana, confondendosi fra mitraglie e passaporti statunitensi, perdendosi nel lieto mar gemente che sta in fra le terre irredente, onde scopa deforme spazza piaceri e voglie di convogli militari e pin up di burlesque, perdendosi nel selciato stellato di mille zanzare anemiche nell'iperspazio atlantideo, sfiorando le colonne d'Ercole, là dove finisce il mondo e inizia l'infinito mistero.


La Città degli Orologi a Cucù che Nuotano

mercoledì 25 marzo 2009

Poesia scritta dopo un trip da assenzio durante il viaggio di ritorno da Praga.

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Perso tra le nebbie d'una città fantasma
vo' vagando tra parchi d'un verde surreale e spicchi di luna
mentre
grottesche civette assise su d' un grosso faggio nodoso cantano i
versi di filastrocche per bambini e fumano sigari cubani a iosa


Apre la bocca allora fra nuvole di panna montata e bacche viola la
caverna umana che m' è innanzi e fra mille gorgoglii un ramarro verde
pistacchio che fa le bizze m'indica malvolentieri la strada per l'oblio


S'illumina poi un palazzo, e un vortice di colori e febbrili sapori,
scuotendomi come un tappeto persiano in un bazar di Samarcanda, mi scaraventa
nell'insueto labirinto sovrastante l' acque incantate d'un lago senza
tempo, fra teiere parlanti e scarpe col tacco che nuotano divertite facendo a gara con gli orologi a cucù.

(Il Bohemien)